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venerdì 2 aprile 2021

Oblio

Non abbiamo parole.

Non abbiamo gesti.

Non abbiamo amore.

Nulla per dimenticare

veramente

che la Croce,

la Tua,

è Via di Risurrezione.

Aiutaci a percorrerla,

sempre,

ascoltando la Tua Parola,

accarezzati dai Tuoi gesti,

accogliendo il Tuo Amore.

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A proposito, oggi è Venerdì Santo.

martedì 9 marzo 2021

Na sira, ppi strata

U sciauru ca pizzica nna ll’aria,

fimmina prena ca si sgrava

duoppu misi ri cura e r’attinzioni,

mi vasa

e ‘nta la faccia canciu tuttu

e arriru comu sciuri arriri

quannu si rapri ppi l’uocci ri cu passa,

u viri e s’arricria ppi ssi culuri,

ssi petali, ss’amuri.

Il 10 maggio 2014 abbiamo mangiato insieme in pizzeria io, papà, mamma, Daria, Capi, Rosanna, Carmelo, Marco, Elisa, Cristina, a Modica. Mentre tornavo a Ragusa, probabilmente intorno alle 23, dai finestrini aperti della Multipla entrava un’aria densa di pollini o chissà cosa, non semplicemente profumata, ma corposa, come se nel naso non ti entrasse semplicemente il soffio di qualcosa, ma quel qualcosa stesso portato dentro il suo soffio.

Ecco l’immagine dell’aria come donna incinta partoriente, che prese forma pian piano, come tutta questa breve composizione, da quella sera fino a oggi, 28 maggio 2014 (scopro un file datato 28 maggio 2010: il mio compleanno è foriero di poesia!). Qui sotto, alcuni momenti verso la versione definitiva, momenti appuntati su un telefono (il Nokia speditomi da Lidia dopo la Pasqua di quest’anno). Prima o poi, forse anche oggi, il testo in dialetto finirà sul blog, senza spiegazione, ma con un’annotazione riguardo alla possibilità di verifica dell’esatta grafia delle parole siciliane e della corretta traduzione.

U sciauru ca pizzica nna dda fimmina prena ca è l'aria a stasira -nna ll'aria- -nall'aria/ca è fimmina prena a stasira,

-fimmina prena ca si sgrava- accussì prena ca ura è ppi sgravarisi

duoppu misi ri cura e r'attinzioni,

mi vasa e 'nta la faccia canciu tuttu

e arriru comu sciuri arriri

quannu si rapri -mi a vucca mi smovi comu sciuri ca si rapri- ppi l'uocci ri cu passa,/ u viri e s'arricria ppi ssi culuri,/ ssi petali, ss'amuri.

Ecco, quando si dice meglio tardi che mai (visto che tutto questo arriva sul blog dopo quasi 7 anni)! Ho fatto copia e incolla di quanto trovato su un file di Word (lasciando la spiegazione e non mettendo alcuna annotazione su grafia e traduzione).



martedì 19 gennaio 2021

Ricordo affettuoso di padre Gino Guastella

Se la curia vuoi far risplendere,

p. Guastella non fare attendere:

dagli subito da lavorare,

canonici e impiegati farà filare!

Perché?

Perché tra i canonici lui è il più  bello che c'è!

Tra san Michele e san Giorgio, infatti,

ha certo stimoli adatti:

la spada a destra e a sinistra il cavallo,

padre Guastella è un cancelliere da sballo!


P.S.: ritrovata il 2 gennaio di quest'anno in un sacchetto pieno di ricordi e altro da sistemare, probabilmente la scrissi per un biglietto di auguri o che accompagnava un regalo fatto a padre Guastella in qualche occasione (tipo le scampagnate a Castellana a fine anno scolastico con tutto il seminario).

lunedì 7 dicembre 2020

8 dicembre, di madri e di poeti

Pasolini o Dante? Oggi entriamo nella festa dell'Immacolata e forse abbiamo bisogno di poesia e sentimenti filiali che sappiano scavare nella carne del rapporto con la madre, come fa il friuliano, per poter poi comprendere davvero con la mente e il cuore le vette dell'inno composto dal genio fiorentino. Buona festa dell'Immacolata Concezione, vi auguro di lasciar entrare l'immensità e la luminosità infinita di questo dogma della Chiesa Cattolica nella vostra vita.

Da: http://diversamenteaff-abile.gazzetta.it/2013/07/06/pier-paolo-pasolini-supplica-a-mia-madre/

Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre (Da Poesia in forma di rosa)

È difficile dire con parole di figlio

ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

In uno scritto a macchina, trovato postumo fra le sue carte, aveva scritto:

Ogni volta che mi chiedono di raccontare qualcosa su mia madre,

di ricordare qualcosa di lei, è sempre la stessa immagine che mi viene in mente.

Siamo a Sacile, nella primavera del 1929 o del 1931, rata mamma

e io camminiamo per il sentiero di un prato abbastanza fuori

dal paese; siamo soli, completamente soli.

Intorno a noi ci sono i cespugli appena ingemmati, ma con l’aspetto

ancora invernale; anche gli alberi sono nudi, e, attraverso

le distese dei tronchi neri, si intravedono in fondo le montagne

azzurre. Ma le primule sono già nate. Le prode dei fossi ne sono

piene. Ciò mi dà una gioia infinita che anche adesso, mentre ne parlo,

mi soffoca. Stringo forte il braccio di mia madre (cammino infatti

a braccetto con lei) e affondo la guancia nella povera pelliccia

che essa indossa: in quella pelliccia sento il profumo della

primavera, un miscuglio di gelo e di tepore, di fango odoroso e di

fiori ancora inodori, di casa e di campagna. Questo odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita”

(da Enzo Siciliano, Vita di Pasolini, Oscar Mondadori, 2005 p.41).

Da: https://cinquepassi.org/antologia/vergine-madre-figlia-del-figlio-dante-alighieri/

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

  termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

   non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.


mercoledì 8 marzo 2017

Mimose melanconiche

Melanconicamente, ovvero unendo struggimento del cuore e nostalgia e un pizzico di tristezza, auguri a tutte le donne che sbirceranno qui, auguri con le parole di un testo di Ungaretti intitolato La madre, che trovate commentato qui e qui, testo, appunto, melanconico, ma che ho scelto convinto che a voi, donne, appartiene un modo tutto vostro di salvare il mondo.
Inutile negare che in questi tre anni a San Luigi ho conosciuto diversi tipi di genitori (inseriamo un po' anche i papà): interessati, coinvolti, desiderosi di restare ai margini, presenti, quasi mai visti, reattivi, indifferenti. Va così, la vita è varia: ma è anche limitata temporalmente (si muore, insomma, prima o poi) e allora quando inizieremo a vivere per donare senso alla vita delle persone che amiamo?
A voi, donne, appartiene un modo tutto vostro di salvare il mondo, ripeto, cioè di donare senso alla vita di chi vi incontra, sia nel vostro essere madre (come quella di Ungaretti che lui immagina nell'intercessione finale e nell'atto di farlo rinascere a vita nuova), sia da sorelle, amiche, insegnanti, casalinghe, maestre, zie, regine, impegnate in politica, nel sociale, nel volontariato, in chiesa, atee, credenti, indifferenti, nonne, cugine, ballerine, attrici, badanti, e così via, fino ad esaurire ciò che avete fatto, fate e farete nella storia, senza che si esaurirà il vostro essere generatrici di salvezza. Alzate le vostre mani, vi prego! Abbiamo bisogno seriamente del vostro essere statue capaci di reggere il dramma del senso della vita, perché le vostre mani alzate ci mostrino ancora una volta che la vita ha senso.

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra 
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano. 

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto, 
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

P.S.: se volete, qui trovate gli auguri del passato!

domenica 26 aprile 2015

Primavera

Trafitto
vago stupito
squarciato alla luce.
Audace
di esser ebbro

di ogni raggio di te.

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La primavera è di una bellezza travolgente, anche nelle strade del ragusano che ti riportano a Vittoria all'ora di pranzo.

mercoledì 4 dicembre 2013

Fatica


A specchiarmi
nei volti
coetanei
che di mio padre
il volto
rispecchiano
nei miei vent’anni.
Fatica
a credermi, ormai,
del passato
paterno
lo specchio.